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Questi sono gli imperativi che fanno parte della nostra epoca – l’era digitale. In ogni momento veniamo chiamati a confrontarci con milioni di informazioni, con la loro rielaborazione e la produzione di altri elementi da dover poi liberare nella rete. L’avvento dei social, fenomeno esploso nell’ultimo decennio, ha esasperato un comportamento che già aveva acceso, circa ventitre anni fa, un campanello di allarme negli accademici, portando quindi al fiorire di ricerche e studi in questo nuovo campo.
Ma andiamo con ordine: prima di tutto credo sia doveroso dare una definizione del disturbo da Internet Addiction Disorder (IAD).

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) una dipendenza patologica è una condizione psichica, anche fisica a volte, che si sviluppa a seguito dell’interazione tra una persona ed una sostanza tossica. Ma la dipendenza si può sviluppare anche rispetto ad una non sostanza, come il gioco d’azzardo patologico, il sesso, o, appunto, internet.
Il termine Internet Addiction venne utilizzato, per la prima volta, dal Dr. Ivan Goldberg nel 1995, per indicare l’uso patologico e compulsivo della rete. Secondo le sue osservazioni, ben presto questa tecnologia sarebbe potuta diventare un elemento disfunzionale e quindi causare delle ripercussioni negative nella vita di tutti i giorni. La descrizione che ne fa risulta, in tutto e per tutto, calzante con il profilo di una vera e propria dipendenza, con sintomi confermati nelle osservazioni successive: fenomeni di craving, momenti di tolleranza, crisi di astinenza e, proprio come indicato da Goldberg, conseguenze negative nell’ambito familiare, sociale e lavorativo.  

Nello stesso anno Griffiths delinea le Technological Addictions come delle dipendenze comportamentali, affinando ancora di più il profilo di questo fenomeno che si stava affacciando in quegli anni. Da allora è stato un fiorire di ricerche e osservazioni, questionari di studio e di autovalutazione.

Ma, nello specifico, non è semplicemente il tempo passato in rete che definisce l’IAD; secondo il Dipartimento Politiche Antidroga, questo disturbo può dipanarsi verso altre sfaccettature, come la Dipendenza dalle relazioni virtuali, il Sovraccarico cognitivo, la Dipendenza dal sesso virtuale, il Gioco Offline e il Gioco Online. Quindi si può osservare come non si possa più parlare di un unico tipo di dipendenza, ma ci si trova già davanti ad una diversificazione della stessa, allargando ancora di più il campo di indagine.

Sembra ancora lontano il pieno riconoscimento, anche se un importante segnale è stato dato dalla comunità scientifica : nel DSM 5 , per la prima volta, è stato inserito anche il disturbo da gioco d’azzardo, quindi un disturbo da Addiction non correlato a nessun tipo di sostanza. Per il momento, l’esculsione dell’IAD dal manuale viene giustificata dal fatto che non c’è ancora un’evidenza sufficiente per includere questo disturbo, ma questa apertura fa ben sperare verso il futuro.

Nonostante tutto la psicoterapia può dare un aiuto anche in tal senso: anche se ancora  non si conoscono le cause alla base dell’insorgenza dell’IAD, grazie ad un percorso psicologico efficace, si possono ottenere dei reali benefici per ritrovare una migliore qualità di vita, riuscendo a rimanere in equilibrio tra la vita reale e quella virtuale.

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Bibliografia